La forza della fragilità 

« La sofferenza mette in risalto la fragilità dell’uomo e del saggio: nasconderla per mostrarsi potente rende simili a un soldatino che, indossata una corazza e un elmo e salito su un ronzino, si crede imbattibile. »

         (V. Andreoli, 

L’uomo di vetro – La forza della fragilità

Io le mie debolezze non le metto in mostra. 

Sarà che non sono una tipa saggia, sarà che non sono matura, per niente, davvero. Sarà che devo ancora crescere e mi chiedo se lo farò mai sul serio. Mi domando cosa voglia dire crescere, essere maturi, dov’è esattamente il distacco e quando lo si avverte. L’età, affidarsi a quelle cose così, essere maggiorenni e via in questo modo, insomma, io le vedo come grandi convenzioni. Grandi e stupide convenzioni. Non mi sveglio diciottenne e matura. Ma nemmeno a trent’anni quattro mesi e sette giorni potrei dire di essere matura. Non pensando al giorno prima, almeno. Non si cambia in un giorno. Quando, allora, non si sa. Non so neppure se sono chiara, se riuscite a seguirmi. Voglio dire, se penso a quando avevo tredici anni – certo, sono molto più matura. E l’esperienza, quella sì, è stata la prima a formarmi. Ma quando, sul serio, sarò veramente matura? 

Quando crederò di esserlo non mi renderò conto che avrò ancora molta strada da fare e niente, tutto qua, la vita è un paradossale paradosso. Non mi reputo saggia, l’ho detto prima, perché se vogliamo dare per vero quello che dice Andreoli non lo sarei affatto – a seconda di quanto faccio ogni giorno. E io quello che dice Andreoli lo considero vero eccome. Cioè, il discorso fila. Il suo.

Ma se vi dico che la mia debolezza più grande è proprio questa, pormi sempre problemi, accatastarli di continuo, voi mi considerereste saggia? Andreoli lo farebbe? Io lo farei sul serio? Alla luce di questo ho quasi timore a rileggere quanto di getto ho scritto finora – vale a dire tutto – e spengo la lampada. 

Almeno per stavolta non mi sono comportata da Don Chisciotte. Non sono salita su un ronzino. E non mi credo imbattibile. Tutt’altro. Sono un aeroplanino di carta. Le mie debolezze: eccole, eccole qua
…sono proprio un caso perso. E sorrido. 
  

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4 thoughts on “La forza della fragilità 

  1. Nico ha detto:

    Sono le esperienze a farci maturare, belle o brutte che siano esse contribuiscono a farci crescere, le brutte esperienze somo molto più importanti di quelle belle perché contribuiscono a non farci ripetere l’errore che i ha postato a sbaglòiare, quelle belle invece vengono usate come metro di paragone per capire cosa ci dia piacere e cosa no.
    No, non esite un’età per dire quando si diventa adulti, è importante capire che si non si diventa adulti se non ci prendiamo carico di alcune responsabilità, quella nei nostri confronti e quella verso gli altri, essere responsabile significa avere consapevolezza della nostre scelte e delle azioni.
    Crescendo si acquisiscono nuove esperienze che ci faranno essere degli adutli, ma essere adulti significa anche perdere delle qualità, come ad esempio il desiderio di meraviglia che è tipico dell’età adolescenziale.
    Meravigliarsi anche per le cose più semplici è una caèpacità che non dovresti mai perdere.
    Se ti fa piacere, ti posto un mio commento che ho lasciato in un altro blog, si parla appunto del desiderio di meraviglia.

    Serena notte Natalia…. 🙂

    A volte ho pensato anch’io che la mancanza del desiderio di meraviglia sia per noi come una forma di atarassia conclamata, ci siamo cioè immersi in una condizione di imperturbabilità emotiva in cui è evidente la mancanza di legami emozionali con l’ambiente, con le opere e con le persone che ci circondano.
    Penso che sia proprio l’esserci addomesticati ad una forma di coscienza collettiva che abbia annullato il “sentire” e di riflesso il desiderio di emozionarsi.
    Gustave le Bon, un importante antropologo e sociologo francese, cosi descrisse la perdita della coscienza individuale una volta che viene resa collettiva dalla “massa”…

    “Dal solo fatto di essere parte di una “massa”, un uomo discende da generazioni su una scala di civilizzazioni. Individualmente, potrebbe essere un uomo civilizzato con i propri desideri; nella massa diviene “barbaro” in preda all’istinto, possiede cioè la spontaneità, la violenza, la ferocia, l’entusiasmo e l’eroismo dei primitivi. Un individuo nella massa è un granello di sabbia fra altri granelli di sabbia, mossi dalla volontà del vento.”

    Forse la mancanza del desiderio di trovare la meraviglia anche per le piccole cose è frutto di un condizionamento effettuato negli anni attraverso le abitudini a cui ci ha costretto questa forma obbligata di “coesione sociale”, lavorare ed essere sempre più produttivi per non perdere il posto di lavoro, guadagnare tempo nelle attività domestiche acquistando quello che serve già confezionato, passare il tempo libero davanti alla tv anziché in mezzo alla natura o ad ammirare la bellezza delle opere d’arte, insomma, abbiamo perso parte di quegli stimoli che erano indispensabili per accendere i vari desideri, fra cui quello di meravigliarsi.
    Oggi tutto è ovvio quindi non interessante, perché tutto è scontato e suffragato dalla nostra insensibilità verso qualsiasi tipo di bellezza, quella bellezza di cui abbiamo bisogno per meravigliarci e per nutrire la nostra anima.
    Ti lascio con una frase di un filosofo famoso, Heiddeger era sicuro che «Ciò di cui si meraviglia il senso comune è divenuto ovvio; ciò di cui il senso comune non si meraviglia è divenuto, problema in senso autentico».
    Ti auguro una lieta serata e ti ringrazio per l’emozionante interazione che mi hai concesso, perché hai suscitato in me quella meraviglia che può essere intesa come bellezza.

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