Oroborus – Nietzsche e l’eterno ritorno 

L’eterno ritorno mi spaventa un po’. Se si volesse davvero concepire il tempo come un serpente che si morde la coda, allora saremmo davvero intrappolati in un continuum senza fine. La ripetizione esatta di ogni singola azione, di ogni momento, di ogni goccia di rugiada che cola lungo i fili d’erba, il cerchio della vita che Nietzsche è arrivato a elaborare, tutto questo fa un po’ paura.
Ma fa paura alla luce del fatto che bisognerebbe accettare, in questo caso, questo andamento delle cose. Belle o brutte. Avere un amor fati che, francamente, non faticherei a dire essere impossibile da provare. 
Se è già difficile accettare passivamente le cose, come si potrebbe farlo attivamente? Come si può continuare a chiamare errori qualcosa che, allora, accade inevitabilmente e si ripete all’infinito, irreversibile e irreparabile? Zarathustra e il suo invito a  vedere le cose come «così ho voluto che fosse» è un calmante notevole. La consapevolezza un po’ spinoziana della necessità fa raggirare l’ostacolo ma fino a che punto si può considerare l’eterno ritorno come «la più alta formula di affermazione della vita mai raggiunta»?  
n.m.

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One thought on “Oroborus – Nietzsche e l’eterno ritorno 

  1. Nico© ha detto:

    Bentornata Nathalie, in questo articolo parli della visione Nietzschiana del tempo, ma sai che non tutti lo interpretano allo stesso modo, ora ti lascio un commento che scrissi tempo fa sul mio blog riguardo la percezione del tempo, è un po lunghetto ma se avrai la pazienza di leggerlo potrai conoscere altre interpretazioni al riguardo…
    Ciao, buonanotte 🙂

    «Un’ora, non è solo un’ora, è un vaso colmo di profumi, di suoni, di progetti, di climi.» così scriveva Proust in “Alla ricerca del tempo perduto”, rappresentando poeticamente la concezione figurata del Tempo secondo il suo illustre parente, Henry Bergson…
    Poiché, come dicevamo in altro post (Spooner), del Tempo ragioniamo per averne percezione, sia fisica che emotiva, ritengo assolutamente di buon senso, ed ampiamente condivisibile ad un livello di percezione sociale di massa, la distinzione che Bergson fa (ed altri prima di lui avevano accennato o abbozzato, anche se con fini differenti -Sant’Agostino, Kant, Cartesio, Aritotele-) tra il Tempo “della Scienza e dell’Intelligenza” (che è concepito come una serie di istanti concatenati e misurabili, simultanei, sempre oggettivamente uguale ogni volta che si ripresentano le stesse condizioni fisiche che hanno determinato quello stesso valore: in 200 cc.di acqua a 30°C una zolletta di zucchero da 5 gr. ci impiegherà sempre lo stesso tempo fisico a sciogliersi, la lancetta dell’orologio segnerà sempre lo stesso numero di secondi o minuti passati, ogni volta che ripeteremo la misurazione nelle medesime condizioni di quantità e temperatura), e il Tempo “della Coscienza e dell’Intuizione”, della Percezione puramente soggettiva direi io, in cui il tempo effettivamente percepito dipende dallo stato di coscienza in cui mi trovo in quello specifico momento (se non ho sete, percepirò il tempo che la zolletta impiega a sciogliersi come un tempo neutro, senza emozione diciamo, mentre se ho molta sete, sarò assolutamente impaziente che questa benedetta zolletta di zucchero si sciolga nella strabenedetta acqua, per cui avrò la sensazione che sia passato molto più tempo nel caso in cui ho sete rispetto a quando non ho sete, mentre secondo l’orologio, è passato lo stesso identico tempo…) Stessa cosa dicasi per un’ora passata in sala d’attesa dal dentista, oppure fra le braccia del proprio amato/amata…. sempre di un’ora si tratta, ma io la differenza la sento tutta, dal dentista sembra un secolo, col mio amore un attimo fugace…….. quindi direi che siamo decisamente d’accordo tutti semplicemente con l’uso del buon senso…

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