stormi d’uccelli neri com’esuli pensieri

Guardavo stormi disegnare figure nel cielo.

Mi incantavo per minuti interi.
Il cielo autunnale al tramonto mi invitava ad andare da lui con le sue trasformazioni e con le coreografie che gli uccelli migratori intraprendevano lungo di esso. Non so spiegare perché nella mia mente vi siano come delle fotografie di vari momenti della mia vita — qualcosa di più di semplici ricordi. Quando sfoglio questo album mi sembra di vedere il film più bello che si possa mai girare.

E vedo me da bambina che, ancora con le ginocchiere da pallavolo, torno a casa e passo come da rito davanti l’edicola non molto distante da casa, quella accanto al fioraio. E vedo le ultime uscite di tutte le figurine che desideravo ma che non chiedevo perché volevo fare quella grande, quella che di figurine non ha bisogno, quella che già legge i libri che fanno leggere alle scuole medie. E poi nell’aria sento l’odore di fiori appena annaffiati, bellissimo e pungente.
Ma la cosa più bella che vedo è il volo di tutti quegli uccelli e la musica che disegnano, perché si tratta di musica, di violini, viole e violoncelli, di strumenti a fiato che seguono le indicazioni di un maestro d’orchestra elegantissimo ed invisibile.

 

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